Quando i genitori separati continuano a litigare attraverso i figli

È una distinzione semplice da dire, molto più difficile da realizzare.
Quando una coppia si separa, infatti, il conflitto che ha accompagnato la fine della relazione non sempre si conclude con la separazione. A volte cambia forma e continua a manifestarsi nelle decisioni riguardanti i figli: gli orari, le vacanze, la scuola, lo sport, le spese, le regole educative.
E così, ciò che apparentemente è una discussione su un problema concreto può diventare il modo attraverso cui due adulti continuano a confrontarsi, scontrarsi o cercare di prevalere l'uno sull'altro.
Il rischio è che, nel tentativo di gestire il conflitto tra adulti, a farne le spese siano proprio i figli.
I figli non possono essere caricati di responsabilità che non appartengono loro
Un figlio è figlio.
Non è un messaggero, non è un mediatore, non è un arbitro, non è un confidente e non può diventare il responsabile dell'equilibrio emotivo dei propri genitori.
E questo vale indipendentemente dalla sua età.
Anche un adolescente, che può apparire maturo, autonomo e perfettamente in grado di comprendere ciò che sta accadendo, non è chiamato a sostenere il peso delle decisioni e dei conflitti degli adulti.
Quando un genitore dice:
“Dillo a papà.”
“Chiedilo alla mamma.”
“Tuo padre non è d'accordo.”
“Tua madre ha deciso così.”
può sembrare che stia semplicemente comunicando qualcosa.
Ma, se queste modalità diventano abituali, il figlio viene progressivamente inserito in una relazione che non gli appartiene.
Gli viene chiesto, implicitamente o esplicitamente, di portare informazioni, emozioni, richieste e talvolta persino responsabilità che dovrebbero rimanere nel rapporto tra gli adulti.
Un figlio non dovrebbe mai essere costretto a fare da ponte tra due genitori che non riescono a parlarsi.
E non perché sia fragile o incapace di comprendere.
Ma perché non è il suo ruolo.
Quando il figlio diventa il campo di battaglia
Il coinvolgimento dei figli può assumere forme molto diverse.
Può essere il messaggio da consegnare all'altro genitore, la persona alla quale raccontare ciò che l'altro ha fatto di sbagliato, colui al quale chiedere di prendere posizione, oppure il destinatario delle confidenze e delle sofferenze di un genitore.
A volte il figlio viene persino investito della responsabilità di decidere:
“Con chi vuoi stare?”
“Dove vuoi vivere?”
“Cosa preferisci fare?”
In alcune situazioni è certamente necessario ascoltare i desideri e i bisogni dei figli.
Ma ascoltare un figlio non significa affidargli decisioni che appartengono agli adulti.
Esiste una differenza fondamentale tra dare voce a un bambino o a un ragazzo e mettergli sulle spalle il peso di una scelta.
Un figlio può esprimere ciò che prova.
Non dovrebbe essere costretto a scegliere tra due persone che ama.
Può avere opinioni.
Non deve diventare responsabile delle conseguenze delle decisioni degli adulti.
Può essere ascoltato.
Non deve essere trasformato nel giudice di chi abbia ragione tra mamma e papà.
Il peso di essere “grandi” prima del tempo
Quando un figlio viene coinvolto in modo eccessivo nelle dinamiche degli adulti, può trovarsi a svolgere una funzione che non gli appartiene.
Può cercare di proteggere la mamma dalla sofferenza.
Può sentirsi responsabile del papà.
Può evitare di raccontare ciò che fa con un genitore per non ferire l'altro.
Può cercare continuamente di mantenere un equilibrio tra due persone che quell'equilibrio dovrebbero costruire autonomamente.
In altre parole, può essere costretto a diventare grande in un momento in cui avrebbe bisogno di poter semplicemente essere figlio.
Non è necessario che qualcuno gli dica esplicitamente “devi occuparti di noi”.
I bambini e i ragazzi sono spesso molto sensibili alle tensioni familiari e possono assumersi spontaneamente responsabilità che nessuno ha chiesto loro di assumere.
Per questo sono gli adulti a dover fare un passo indietro.
Non spetta al figlio risolvere il conflitto.
Spetta ai genitori proteggerlo dal conflitto che appartiene alla loro relazione.
Il conflitto tra i genitori non è sempre dove sembra
Ad esempio “Chi deve accompagnare il figlio a calcio?” può sembrare il problema.
Ma dietro quella discussione potrebbero esserci significati completamente diversi:
“Non posso sempre essere io a occuparmene.”
“Non ti fidi mai delle mie decisioni.”
“Continui a comportarti come quando stavamo insieme.”
“Sento che tutto il peso della responsabilità ricade su di me.”
“Voglio che tu riconosca il mio ruolo di genitore.”
Il problema concreto può quindi diventare il luogo nel quale si manifesta qualcosa di più profondo.
Ed è proprio per questo che alcune discussioni sembrano non avere mai fine.
Si risolve una questione e poco dopo ne compare un'altra.
Scuola. Vacanze. Sport. Spese. Orari. Telefonate.
Cambiano gli argomenti, ma il modo di stare nella relazione rimane lo stesso.
Quando il conflitto diventa un circolo vizioso
Nel conflitto familiare può instaurarsi un meccanismo circolare.
Un genitore percepisce l'altro come poco collaborativo e reagisce cercando di controllare maggiormente la situazione.
L'altro vive quel comportamento come un'ingerenza e reagisce opponendosi.
La prima persona interpreta l'opposizione come la conferma che l'altro non è disposto a collaborare e aumenta ulteriormente il controllo.
L'altro si sente ancora più attaccato e si difende.
E il conflitto cresce.
In questo circuito diventa molto difficile individuare un vero “inizio”.
Ognuno vede con chiarezza ciò che l'altro fa e molto meno chiaramente il proprio contributo alla dinamica.
Per questo la domanda “chi ha iniziato?” spesso non aiuta a uscire dal conflitto.
Può essere più utile chiedersi:
“Che cosa facciamo, insieme, perché questa situazione continui a ripetersi?”
Il mediatore familiare non è l'alleato di nessuno
Quando due persone arrivano in mediazione, può accadere che ciascuna speri, almeno in parte, che il mediatore riconosca le proprie ragioni.
È comprensibile.
Dopo mesi o anni di conflitto, avere qualcuno che finalmente dica “hai ragione tu” può sembrare rassicurante.
Ma se questo è ciò che si cerca, il mediatore familiare non è la figura giusta.
Il mediatore non è l'alleato della madre contro il padre.
Non è l'alleato del padre contro la madre.
Non è un arbitro chiamato a stabilire chi abbia ragione.
E non è un professionista da conquistare affinché sostenga la posizione di uno dei due.
La sua funzione è diversa.
Il mediatore mantiene una posizione di terzietà e aiuta i genitori a spostarsi dalla contrapposizione alla ricerca di modalità più funzionali per affrontare le questioni che riguardano la loro famiglia.
Questo non significa ignorare le ragioni individuali.
Significa creare uno spazio nel quale le ragioni di entrambi possano essere ascoltate senza trasformare l'ascolto in una gara per stabilire chi debba prevalere.
Se uno dei due entra in mediazione cercando un alleato contro l'altro, probabilmente sta chiedendo al mediatore di svolgere un ruolo che non gli appartiene.
La mediazione non è il luogo nel quale ottenere una vittoria sull'altro.
È il luogo nel quale provare a costruire una modalità diversa di affrontare il conflitto.
Non è necessario essere d'accordo su tutto
Essere genitori dopo una separazione non significa necessariamente essere d'accordo su tutto.
Due persone possono avere valori diversi, stili educativi differenti e opinioni opposte su molte questioni.
L'obiettivo non è eliminare ogni differenza.
È imparare a gestirla senza trasformarla continuamente in una battaglia.
E soprattutto senza utilizzare i figli come strumento per combatterla.
A volte il primo passo consiste semplicemente nel riconoscere che ci sono questioni che appartengono agli adulti e che devono rimanere tra gli adulti.
Restituire ai figli il loro posto
La separazione può modificare profondamente l'organizzazione di una famiglia.
Ma c'è qualcosa che dovrebbe rimanere fermo: il posto dei figli.
Non devono essere messaggeri.
Non devono scegliere.
Non devono consolare.
Non devono prendere posizione.
Non devono farsi carico delle emozioni dei genitori.
Non devono diventare adulti prima del tempo per compensare le difficoltà degli adulti.
Devono poter continuare a fare i figli.
E perché questo sia possibile, sono i genitori che devono assumersi la responsabilità della propria relazione genitoriale.
La mediazione familiare può aiutare proprio in questo passaggio: non stabilire chi ha ragione, ma creare le condizioni perché due genitori possano tornare a occuparsi delle questioni che li riguardano senza chiedere ai propri figli di portarne il peso.
Perché una separazione può anche segnare la fine di una coppia.
Non dovrebbe segnare la fine della responsabilità degli adulti nei confronti dei propri figli.l



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